venerdì 3 febbraio 2017

Il Divino Maestro



ARTE E CULTURA
“Il Divino Maestro”, nuovo libro di Domenico Caruso redazione - Il 3 febbraio 2017
Pubblicato di recente su Youcanprint, il mio nuovo libro ha lo scopo di considerare il più controverso processo che ha cambiato il corso della storia. Nonna Vincenza Femìa è una figura popolare d’altri tempi, entrata nella leggenda di Laureana di Borrello. Si deve al suo coraggio e al suo sacrificio se la Chiesa Parrocchiale di Maria SS. degli Angeli, danneggiata dai terremoti, si trova ricostruita nel sito originale. La pia donna soleva ripetere nelle orazioni quotidiane:

La Passione del Signore,
il dolore di Maria,
fa’ che sempre siano
nel nostro cuore
.
La giaculatoria rivela il profondo sentimento che gli avi nutrivano verso il sacro con l’epilogo annuale delle rappresentazioni popolari (tragedie) che si svolgevano nei vari centri della nostra Piana durante la Settimana Santa. Dal sacro esercizio della Via Crucis, così diffuso nel Cattolicesimo e risalente al tardo Medioevo, ho preso spunto per delineare l’eccezionale evento del mondo.
La popolarità di Gesù presso il giudaismo fece sì che Anna, servendosi di Pilato e architettando una situazione plateale, conducesse a morte il Divino Maestro. Gesù fu deriso dai soldati dell’Impero per essere giudeo e per essere ritenuto una figura regale, antagonista della legge romana. Il Sinedrio, da quando nella Giudea vi fu un amministratore romano, non poteva condannare a morte. E’ pur vero che la maggior parte dei capi religiosi di Gerusalemme, essendo pieni di rancore e d’invidia, desideravano l’eliminazione del Messia. E, dopo la morte, i discepoli di Cristo subirono le violenze delle autorità ebraiche.
La seconda parte del lavoro è riservata al Padre Nostro:
«Un giorno Gesù andò in un luogo a pregare. Quando ebbe finito, uno dei discepoli gli disse: “Signore, insegnaci a pregare”». (Lc 11, 1). Così, gli Apostoli hanno ricevuto dal Maestro l’orazione che ci hanno tramandato. Il Padre Nostro esprime la “sintesi di tutto il Vangelo” (Tertulliano), “la preghiera perfettissima” (S. Tommaso d’Aquino), la “orazione domenicale”, cioè la “preghiera del Signore”.
I Padri della Chiesa hanno rilevato che al suo interno vi sono sette domande, quanto i doni dello Spirito Santo. Come Gesù chiama Dio Abba, Padre, sia nella gioia che sul patibolo, così il credente mosso dallo Spirito di Cristo può rivolgere lo stesso appellativo, non soltanto imitando il Salvatore ma affermando la sua mediazione.
Dalle mie modeste riflessioni sul Padre Nostro, collocato al cuore del Discorso della Montagna, metto in rilievo un particolare. L’intera preghiera è racchiusa dalla forma chiasmica, fra il segno del Padre e il desiderio di venire liberati dal Maligno. L’intimità con la quale ci rivolgiamo a Dio è fonte di fiducia e di sicurezza; imploriamo il suo aiuto consapevoli che il male non appartiene all’ordine naturale ma a quello effimero. L’espressione non ci indurre in tentazione va tradotta non metterci alla prova.
Dante avrebbe obiettato:
Aguzza qui, lettor, ben gli occhi al vero,
ché il velo è ora ben tanto sottile,
certo che il trapassar dentro è leggero
. (Pg. VIII, 19-21)

Emeriti teologi e studiosi si sono arrovellati il cervello senza riuscire a cavare un ragno dal buco. Eppure nel bene e nel male è in gioco la nostra vita!
http://approdonews.it/giornale/?p=249262

venerdì 13 gennaio 2017

Viaggio alla scoperta della Calabria

Viaggio nella Calabria: la Piana di Gioia Tauro

 di Domenico Caruso
La “Piana delle Saline” (“Vallis Salinarum”), di tempo in tempo di S. Martino (“Planitiae Sancti Martini”), di Terranova, di Gioia Tauro, (che si estende per 400 Kmq e comprende 33 Comuni), ricoprì per alcuni secoli un ruolo importante nella vita della Regione e, nel periodo angioino, dell’intero Regno. Se la natura è stata generosa con la nostra Terra, di tutt’altro avviso si è dimostrato l’uomo. Così Leonida Répaci descrive la nostra situazione al momento della Creazione Universale: «Quando fu il giorno della Calabria, Dio si trovò in pugno 15 mila Kmq di argilla verde con riflessi viola. Pensò che con quella creta si potesse modellare un paese per due milioni di abitanti al massimo. Era teso in un vigore creativo, il Signore, e promise a se stesso di fare un capolavoro. […]
Diede alla Sila il pino, all’Aspromonte l’ulivo, a Reggio il bergamotto, … a Palmi il fico, … a Gioia l’olio, … a Rosarno l’arancio, … alle montagne il canto del pastore errante da uno stazzo all’altro, … alle spiagge la solitudine, all’onda il riflesso del sole… Assegnò Pitagora a Crotone, … Ibico a Reggio, … Gioacchino da Fiore a Celico, Fra Barlaam a Seminara. San Francesco a Paola, … Gemelli Careri a Taurianova, Manfroce a Palmi, Cilea pure a Palmi, Alvaro a San Luca, Calogero a Melicuccà…».
Per conoscere il territorio, ho scritto un «Viaggio alla scoperta della Calabria» (due edizioni di grande formato – 20,5 x 28,5 – di pagine 204 ciascuna), già presenti nella vetrina del Gruppo Editoriale “L’Espresso” di Roma (“Il mio libro”) assieme ad altre dodici opere. Per la prima volta, di ogni paese ho trattato la storia, gli aspetti religiosi e naturalistici, le manifestazioni, i personaggi, le tradizioni, le leggende ed ogni altra caratteristica.
Per comodità del lettori, ecco le pagine dedicate alle Città della Piana: Pag. 5 Anoia – pag. 10 Candidoni – pag. 13 Cinquefrondi – pag. 18 Cittanova – pag. 24 Cosoleto – pag. 29 Delianuova – pag. 32 Feroleto della Chiesa – pag. 33 Galatro – pag. 36 Giffone – pag. 39 Gioia Tauro – pag. 41 Laureana di Borrello – pag. 47 Maropati – pag. 53 Melicuccà – pag. 59 Melicucco – pag. 61 Molochio – pag. 67 Oppido Mamertina – pag. 71 Palmi – pag. 77 Polistena – pag. 84 Rizziconi – pag. 90 Rosarno – pag. 96 S. Ferdinando – pag. 97 S. Giorgio Morgeto – pag. 101 S. Pietro di Caridà – pag. 103 S. Procopio – pag. 105 S. Cristina d’Aspromonte – pag. 111 S. Eufemia d’Aspromonte – pag. 116 Scido – pag. 122 Seminara – pag. 126 Serrata – pag. 129 Sinopoli – pag. 132 L’antica Università di Calabria – pag. 134 Taurianova – pag. 137 Terranova S.M. – pag. 142 Varapodio.
Segue una selezione del miglior folk calabrese. Per un momento di relax, ecco alcune curiosità riguardanti i nostri Comuni. In passato, quando ad Anoia esisteva un convento dei Padri Minimi, il procuratore della festa di S. Francesco di Paola pare abbia approfittato del danaro offerto dai fedeli. Ma ecco che durante la notte, mentre riposava, il Santo cominciò a bastonarlo… di santa ragione. Era un buon motivo perché si ravvedesse: “Rrobba ’i stola hjùhhjala ca vola”. (Quanto sottratto al sacro si dilegua con un soffio).
A Candidoni si racconta che il torrente S. Nicola, dopo tanti giorni di pioggia, stava per straripare. Gli abitanti allora decisero di portare la statua del loro Santo in processione sul posto. Le acque, quindi, si ritrassero e il paese fu salvo. La bellezza incomparabile di Cinquefrondi aveva tanto conquistato S. E. il principe D. Luigi Pignatelli, Duca di Casoria, che a stento si è riusciti a distaccarlo dalla visione. A Cittanova si ricorda la rivolta di Spartaco, rifugiatosi sui nostri monti. Per confinare il nemico e farlo arrendere, Crasso iniziò la costruzione di un muro per 60 Km attraverso la punta d’Italia. La presenza di ruderi nella zona aspromontana potrebbe essere riconducibile all’imponente opera militare.
A Cosoleto, per la ricorrenza della Madonna degli Angeli, il Comitato aveva deciso di fare a meno della banda musicale. Ma il caso volle che si trovassero a passare nelle vicinanze i componenti il complesso bandistico “Città di Melicuccà” diretti in altro paese. Ed essendosi imbattuti con una bella signora, chiesero informazioni del luogo in cui avrebbero dovuto esibirsi. La donna indicò Cosoleto e quelli si recarono sul luogo ad allietare l’evento.
A Delianuova, nell’antica fontana di S. Elia, costruita con mattoncini a vista e rimasta dopo il “Flagello” del 1783 vi è una maschera apotropaica in pietra verde. Al di sopra una targa marmorea invita in latino volgare: “Quis quis es fruere laetus bibe gratus abi memor”. (Chiunque tu sia, godi lieto, bevi grato, parti memore).
Si narra che a Feroleto della Chiesa Papa Silvestro, per sottrarsi alla persecuzione di Costantino, si rifugiò nella Chiesa di S. Nicola dove venne accolto benevolmente dalla gente. Pertanto, investì il luogo sacro del diritto di grazia. I pentiti che toccavano i muri dell’edificio si rendevano immuni dai rigori della Legge.
A Galatro nel 1075 giunsero i monaci basiliani che fondarono il Monastero di Sant’Elia, in quanto si tramanda vi fosse custodito il corpo del Santo. Ai frati si deve la scoperta delle fonti termali che scaturiscono in una stretta gola del Monte Livia.
A Giffone, quando un bambino era affetto dal “magulà” (parotite) veniva portato da una donna esperta in arti magiche per il “pricantatu” (scongiuro).
Fin dall’antichità è decantata la bellezza di Gioia Tauro, come dimostra Gaio Lucilio nelle sue “Satire”: «Vedrai ciò che prima desiderasti – a Metauria si tiene un mercato annuo – l’agro è fertile e il mare pescoso».
Si racconta che i nobili di Borrello (l’odierna Laureana) abbiano nascosto dentro il “pozzo di Celestina” il loro tesoro per salvarlo dalle incursioni nemiche. Una strega, divoratrice di persone, lo proteggerebbe. Per venirne in possesso bisognerebbe buttare nel pozzo un cane tutto nero senza un pelo bianco, o un cane tutto bianco senza un pelo nero, oppure un bambino non ancora in grado di parlare. Finora nessuno ha tentato la prova per cui il tesoro si trova là!
A Maropati, nell’abitazione dell’avv. Cordiano, un’immagine della Santa Vergine del Rosario di Pompei versò lacrime di sangue (anno 1971). Un altro fenomeno si verificò tre anni dopo nella Chiesa parrocchiale di S. Giorgio Martire del paese: un’ostia consacrata apparve con 23 strisce di sangue fresco.
A Melicuccà, per la credenza popolare, il “folletto” (fajettu) era una creatura piccola e agile che turbava le notti delle ragazze e opprimeva i neonati nella culla cercando di soffocarli. Tanti giurano d’aver incontrato lo spiritello dispettoso.
Nella contrada S. Antonio, nei pressi di Melicucco, sorge un gigantesco ulivo la cui circonferenza base è di 13 metri. Furono i monaci basiliani ad introdurre la coltivazione dell’ulivo in Calabria.
Nella Chiesa Matrice Santa Maria de Merula di Molochio una pregevole statuetta del Bambino Gesù (della Scuola Napoletana del XVII secolo) viene esposta per il Natale e fatta baciare durante la S. Messa dell’Epifania. Un detto popolare, per accentuare la vetustà di qualcuno, recita: “E’ cchjù vecchiu du’ Bambinedu ’i Mulòchiu!”.
A Oppido M. nel 1971 esplose il famoso caso letterario del romanzo “Il previtocciolo”, firmato con lo pseudonimo di don Luca Asprea e pubblicato dalla Feltrinelli. Il sesso è il tema dominante del libro.
A Palmi, dal 2013 la “Varia” (l’imponente macchina votiva) è stata riconosciuta dall’UNESCO come patrimonio culturale dell’umanità.
Scrive D. Valensise di Polistena a proposito delle false credenze popolari: «Allorquando l’ammalato è presso a finire, e per naturale fenomeno gli si prolunghi oltre l’usato l’agonia, si ha dei terrazzani che credono poterlo fare uscire presto di vita, e così toglierlo dall’ambascia che lo travaglia, col mettere sotto il letto ove lei si giace un giogo di buoi».
A Rizziconi, il luogo tra il vecchio mulino e la stazione della Calabro Lucana è chiamato il “Passo dei cavalli”, a ricordo dell’evento del 1495 allorquando la fanteria spagnola, respinta dalla cavalleria francese, si piegò in rotta fra le paludi del paese. Qui Giovanni d’Altavilla, nel cedere al figlio del Re il suo cavallo, perse la vita.
Nei pressi di Rosarno il giovane Carlo III di Borbone, Re delle Due Sicilie, colto da un improvviso temporale riparò in un tugurio dove una donna aveva da poco partorito. Il re “volle che il bambino portasse il nome di Carlo; si fece suo padrino; donò cento doppie d’oro alla madre; assegnò al fanciullo venticinque ducati al mese finché in età di sette anni venisse alla reggia”. (Da: Pietro Colletta: “Storia del Reame di Napoli”).
Il generale Vito Nunziante, fondatore del paese di San Ferdinando, nel 1815 ebbe l’incarico di occuparsi di Gioacchino Murat (eletto nel 1808 re di Napoli) durante la prigionia a Pizzo. Prima che il cognato di Napoleone fosse fucilato, Nunziante lo trattò con ogni riguardo, per cui apparve sospetto al Borbone. Ma quando Vito chiese di venire giudicato, invece d’esser punito fu elevato di grado civile e militare.
A S. Giorgio Morgeto la gente immaginava che attorno al loro Castello si aggirassero la chioccia e i pulcini d’oro, come pure le “Jovisse” (leggiadre figlie di Giove). Nel paese vi è anche il più stretto vicolo d’Italia (di soli 40 cm). A Prateria di S. Pietro di Caridà, dopo la disfatta di Caporetto, con il legname dei boschi venne fabbricato l’85 per cento dei calci di fucile per la truppa.
La piccola Chiesa degli Afflitti di San Procopio ospita opere di valore e venne elevata a Santuario nel Giubileo del 2000. Si tramanda che un tempo, durante la veglia notturna che precede la festa, si vide l’effigie della Vergine girare vorticosamente nella lampada il cui olio ribolliva e cadeva sul pavimento, senza consumarsi. I fedeli lo raccoglievano con pezzi di cotone e lo posavano per guarire sulle parti del corpo. Dopo venti anni di attesa, S. Cristina d’Aspromonte il 21 novembre 1900 ottenne il suo Ufficio Telegrafico. Nel 2001 venne emesso un annullo filatelico per commemorare il centenario.
Nella montagna di S. Eufemia d’Aspromonte, Giuseppe Garibaldi venne ferito al piede destro (agosto 1862) dai soldati del colonnello Pallavicini. Nel breve scontro morirono cinque militari e sette volontari. A ricordo, sul luogo sorge il “Cippo”.
A Scido si racconta che Maria e Giuseppe camminavano cercando il fresco, quando s’imbatterono in una palma da datteri. La Santa Vergine espresse il desiderio di un frutto che l’anziano sposo non si sentiva di cogliere. Ma l’albero, con uno sforzo, s’inchinò permettendo alla Madonna di prendere un dattero. Giuseppe notò il miracolo, in quanto fioriva anche il bastone che teneva fra le mani.
A Seminara, con un corteo storico, si rievoca l’ingresso dell’imperatore Carlo V di ritorno dalla campagna d’Africa (avvenuta nel novembre 1535).
Per Serrata ho considerato l’affermazione del prof. Francesco Fiumara: «Se avete letto un libro interessante sino alla parola fine, non pensate che il libro in quel punto sia davvero finito. Proprio da quel momento avrà inizio per il libro una seconda vita, ossia una seconda lettura, che si eseguirà dentro di voi col linguaggio segreto delle parole non scritte. Saranno parole nuove, sottese alla vostra meditazione, che vi accompagneranno per tutta la vita».
A Sinopoli si tramanda la leggenda delle Amazzoni, secondo la mitologia greca un popolo composto di sole donne guerriere che si recidevano il seno per meglio tendere l’arco e combattere. Catturavano gli uomini ed i maschietti dei paesi vicini e li uccidevano.
A Taurianova è ben noto l’evento de “Il Miracolo” del 9 settembre 1894 allorquando, al termine dei festeggiamenti patronali si vide la venerabile immagine della Vergine della Montagna posta nel Duomo di Radicena presentare il volto trasfigurato e muovere gli occhi rifulgenti di luce con singolare vivacità.
A Terranova Sappo Minulio nel XV secolo, quando i Saraceni infestavano anche le nostre contrade, un manipolo di costoro, sfondata la porta della sagrestia dov’era il SS. Crocifisso cercavano di dar fuoco alla sacra immagine. Ma una rossa fiamma, come di sangue, illuminò quel luogo, mentre i sacrileghi presi di spavento si davano a precipitosa fuga per l’improvvisa forte scossa di terremoto avvenuta verso le ore 21 del 27 marzo 1638.
A Varapodio, la nota fontana “Asso di Coppe” di piazza S. Nicola, realizzata in pietra reggina (blocco di 270 q. di peso) e inaugurata nel 2002, ha riproposto l’antico simbolo della città che era andato distrutto.
Per concludere, riporto l’affermazione del grammatico latino Terenziano Mauro: “Habent sua fata libelli”. Auguro, così, che la mia modesta opera incontri il consenso dei lettori.

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giovedì 29 dicembre 2016

Storia e Folklore Calabrese (Nuova edizione)


“Storia & Folklore Calabrese”, arriva la nuova edizione 

di Domenico Caruso

Nel 1988 è nato il libro Storia e Folklore Calabrese per il Centro Studi S. Martino (RC), edito a mie totali spese dalla Litotipografia Colarco di Taurianova.
Il computer cominciava a sostituire le vecchie macchine da stampa e la composizione, pur se facilitata, è stata in parte artigianale.
Comunque le 250 pagine, riccamente illustrate da foto in bianco e nero e da bozzetti dell’artista Pasquale Musolino, hanno incontrato il favorevole giudizio di studiosi e di pubblico. Oggi l’opera è oggetto di antiquariato.
La copertina a colori riporta l’immagine del Gruppo folkloristico, creato da me e da mia moglie in occasione della celebrazione dell’anno internazionale del fanciullo avvenuta presso le scuole elementari del luogo il 10 novembre1979.
Sotto la foto vi è la sintesi del libro: “Usi e costumi; canti, aneddoti, detti e proverbi; contrasto d’amore; indovinelli ed arguzia popolare; eventi e ricorrenze; personaggi, paesi e aspetti caratteristici della nostra Terra”.
Dopo quasi trent’anni l’opera, completamente rinnovata, viene stampata – per mio conto – dall’ “Etabeta” di Arcore (MB) in Lombardia.
“Turpe est in patria vivere et patriam ignorare” aveva sentenziato il celebre vecchio scrittore latino Plinio.
Il libro si apre con la storia della Calabria “grande e amara”. Se la natura è stata generosa con la nostra Terra, di tutt’altro avviso si è dimostrato l’uomo.
Gli studiosi hanno sempre messo in risalto l’aspetto fisico della nostra Terra che prevale su quello umano. Natura e cultura non riescono mai a fondersi: il processo di mutamento è abbastanza lento rispetto ad altre zone in cui la civiltà industriale si è sviluppata in modo stabile e graduale.
Circa 250 milioni di anni or sono la Calabria faceva parte di un vasto Continente chiamato Tirrenide, che a metà del Terziario sprofondò nel mare.
Durante il Paleolitico inferiore è testimoniato l’homo erectus. Segue l’homo sapiens. Il graffito del bos primigenius risale a 12.000 anni fa. I primi abitatori della Regione, nella seconda metà del V secolo a.C. furono gli Osci. Dalla Grecia, quindi, giunsero i Pelasgi. Così Giovanni Conìa descrive le migrazioni e le dominazioni straniere:
          Nui simu ‘ntra l’Italia
         e fummu Greci puru:
         e quanti ‘nci ‘ndi furu
         genti strani!
Greci, Bruzi, Romani si sono succeduti fino all’avvento del Cristianesimo e poi Barbari, Arabi, Normanni che hanno lasciato le loro tracce anche nella lingua.
La seconda parte del libro comprende il miglior folk della Regione, dalla Calabresella al Contrasto d’amore arricchito delle ultime scoperte.
Le ricorrenze ed i riti religiosi, la devozione a Maria nella Piana trovano ampio spazio. La donna, la famiglia, il tempo e il calendario agricolo, il lavoro e i detti giuridici fanno riscoprire il nostro passato.
Aneddoti e arguzia popolare, fatti e “fattaredi” forniscono un momento di sano relax.
Un selezionato dizionarietto della Piana, che comprende pure i toponimi dei 33 Comuni conclude l’opera.
E’ nostro compito salvare il nostro dialetto e le nostre tradizioni, strumenti di cultura e di libertà per la formazione autonoma di ognuno.

  • - Il 29 dicembre 2016 - http://approdonews.it/giornale/?p=245255

martedì 6 dicembre 2016

Sinopoli



Viaggio alla scoperta di Sinopoli

Redazione - Il 6 dicembre 2016
di Domenico Caruso

D’ogni incanto. Sinopoli, risplendi / e il verde degli ulivi t’incorona: / èrte e pianure in armonia distendi. / Sulle mie labbra un canto oggi risuona.
(Arcid. Luigi Forgione)

Un po’ di storia
Sinopoli Inferiore è di origine greca (sun e polis potrebbero significare centro o unione di città), mentre Sinopoli Nuovo o Superiore (capoluogo) ebbe la sede amministrativa dopo il cataclisma del 5 febbraio 1783. Quest’ultimo era un borgo dell’attuale Sinopoli Inferiore e si chiamava Case Pinte o Madonna.
Nel 951 Hassan-Ibn Alì, Emiro di Palermo, compì in Calabria una sanguinosa scorreria, riuscendo a scacciare i Bizantini e costringendo gli abitanti della costa a rifugiarsi nei castelli di Sinopoli, Oppido, Seminara e S. Cristina.
Nel 1058 Ruggero conquistò Reggio ed espugnò i castelli di Sinopoli, Oppido, Cinquefrondi, Mileto e di molti altri luoghi. Nel 1060 Roberto fu proclamato Duca di Calabria con il suo dominio a Mileto.
Il feudo di Sinopoli passò in dote da Roberto a Fiandria, secondogenita del conte Ruggiero e sposa di Enrico, figlio del Marchese Manfredi.
Sotto gli Angioini la Calabria fu divisa in Citeriore e Ulteriore (di quest’ultima fece parte Sinopoli). Morto Federico (1250) e poi Corrado, rimase erede al trono Manfredi (essendo Corradino fanciullo) e come viceré Pietro Ruffo.
Nel corso dei secoli la famiglia Ruffo si divise in diversi rami: capostipite di Sinopoli fu Fulco, rimatore della Scuola Siciliana (fratello di Pietro, conte di Catanzaro). Questi sposò Margherita, figlia di Carnelevario di Pavia, possessore tra l’altro della signoria di Sinopoli (che diede in dote alla figlia), mentre il titolo di Conte fu concesso (1335) a Guglielmo Ruffo.
Fulco fortificò il locale castello che nel 1256 Federico Lancia (zio di Manfredi) tentò più volte di espugnare. Cedette soltanto quando Manfredi s’impossessò della Calabria e della Sicilia.
Dopo la morte di quest’ultimo e di Corradino fu la volta di Carlo d’Angiò il quale, scacciato dalla Sicilia (1282), fortificò castelli e città concentrandosi col suo forte esercito a S. Martino e lasciando forti schiere di uomini nel castello di Sinopoli. Intanto Re Pietro d’Aragona, impadronitosi della Sicilia, mandò degli uomini tra Sinopoli e Solano per ostacolare gli Angioini, quindi raggiunse Reggio (1283) dove fu accolto festosamente. Morto costui (1286) successe al trono di Sicilia Giacomo e a quello d’Aragona Alfonso. Questi trattò la pace con gli Angioini per cui, offeso, Gioacchino il 15 maggio 1289 occupò Reggio ed espugnò i castelli di Sinopoli e di S. Cristina.
Sinopoli per la sua posizione privilegiata (al centro dei paesi della falda dell’Aspromonte), fino al termine del XVI secolo, ebbe una parte di primo piano negli avvenimenti storici ed economici calabresi.
La contea di Sinopoli, governata dai Ruffo, confinava col distretto di Reggio fino a Solano e Bagnara e col tenimento di Seminara.
Perduti e – quindi – riconquistati i suoi domini, il Conte Carlo comprò Bagnara (1419) dalla Regina Giovanna divenendo il più potente feudatario della Regione.
Nelle alterne vicende, i Ruffo non parteciparono alla Congiura dei baroni contro i Francesi, presero parte alla battaglia di Terramala al servizio degli Aragonesi, riuscirono a mantenere il comando di Sinopoli che godette un certo benessere. Nel 1533 il Conte Paolo Ruffo acquistò dal cognato il feudo di Scilla ed amministrò con competenza e abilità come risulta dall’inventario dei beni del 1565. Fra le opere del periodo ricordiamo la costruzione del Palazzo (1530-1543), rimasta incompleta per il trasferimento dei Ruffo nel castello di Scilla.
Il cambiamento politico e religioso (1636), il brigantaggio, la spagnola o pestilenza segnarono la decadenza dei Ruffo e di Sinopoli, ormai definitiva con la cessione del regno di Napoli agli Austriaci.
Con il ritorno degli Spagnoli (1743) arrivò anche il terribile morbo della peste e, quindi, il Flagello del 5 febbraio 1783 che oltre a radere al suolo anche Sinopoli, procurò in quella zona 2.048 vittime.
Con la cessazione di ogni diritto per effetto delle leggi eversive della feudalità (1806), Sinopoli venne incluso nel governo di S. Eufemia (1807), divenendo in seguito Comune autonomo. Anche il terremoto del 1908 colpì in modo grave il paese. Sono sfuggite alle tragedie naturali le opere d’arte che si possono ammirare nelle due chiese parrocchiali.

Leggende e curiosità
Sinopoli e le Amazzoni
 Il popolo delle Amàzzoni, secondo la mitologia greca, era composto di sole donne guerriere che si recidevano il seno per meglio tendere l’arco e combattere. (Il termine a-mazos significa, appunto, senza mammella).
Per provvedere alla continuità della stirpe, catturavano uomini dei paesi vicini che poi uccidevano; la stessa sorte era riservata ai figli maschi. Erano allevate soltanto le femmine alle quali veniva bruciata la mammella destra.
Le origini di Sinopoli, scrive Michele D’Agostino, stando alla tradizione risalirebbero al 3000 a.C., al tempo in cui a Marpesia (regina delle Amazzoni) successe nel regno la giovane figlia Sinope o Sinopia la quale fondò la capitale all’interno tra le foreste e un anfratto ai piedi dell’Aspromonte.
In suo omaggio, la città venne chiamata Sinope Polis e più semplicemente Sinopolis. Il centro originario, Sinopoli Greco, è oggi ridotto a poche case, essendo stato distrutto varie volte da cataclismi. (Da: Sinopoli capitale delle Amazzoni – Stab. Tip. “La Voce della Calabria” – RC, 1971).

Personaggi principali
Tra le persone illustri ricordiamo:
♼ 1 – Antonio Capua (1921-1971) Avvocato e giornalista, ♼ 2 – Vincenzo Capua (1886-1916) Giornalista. In Argentina fondò e diresse “L’Araldo Italiano”, settimanale politico e letterario. ♼ 3 – Nicola Carbone (n. 1510) Poeta, scrittore e giureconsulto. Tra le opere: “La tragedia della Passione di Cristo”.  ♼ 4 – Costantino Repaci Junior (1910-1948) Autore di pubblicazioni medico-scientifiche. ♼ 5 – Filippo Repaci (1882-1953) Medico chirurgo e scrittore. Si distinse anche in trincea nell’ospedale da campo durante la guerra 1915-18. ♼ 6 – Ernesto Trimarchi (1889-1934) Poeta e scrittore. ♼ 7 – Domenico Ventra (1857-1929) Medico, specializzato in psichiatria. Autore di pubblicazioni scientifiche.

Approfondimenti
L’antica Università di Calabria
Il Cardinale Basilio Bessarione (1408 – 1472), uno dei maggiori promotori del Rinascimento italiano, tentò senza successo di realizzare sotto Papa Eugenio IV l’Università della Calabria, con gli stessi moderni criteri adottati per l’Università di Oxford.
Il suo Studium Litterarum Graecorum avrebbe dovuto servire da tramite fra la cultura greca e quella latina al fine di raggiungere, anche per questa via, l’unità spirituale tra la Chiesa di Roma e quella Orientale.
Al prelato umanista bizantino, consapevole delle nostre grandi tradizioni religiose e culturali, era riservato il potere di scegliere il rettore-abate dello Studium Calabriae. Quest’ultimo doveva possedere particolari requisiti e tenere cattedra nel monastero di San Luca di Sinopoli, sede centrale dell’Università a cui facevano capo i vari monasteri basiliani.
Ancora oggi gli abitanti di Sinopoli Vecchio o Greco chiamano l’Università le rovine dei monasteri basiliani di San Luca e di San Bartolomeo di Trigonio.
L’opera fu, quindi, ripresa e istituita da Papa Niccolò V (1397 – 1455), il fondatore dell’attuale Biblioteca Vaticana. Suo maestro di greco e di filosofia pare fosse stato Fra Girolamo, di origine incerta (napoletano o di Sinopoli), agostiniano, divenuto vescovo di Oppido il 1° settembre 1449. Con detto prelato ebbe termine ad Oppido il rito greco tramandato da alcuni secoli.
Una prova dell’Università calabrese è costituita dal Liber Visitationis (1457 – 1458) del dotto e santo umanista Atanasio Calceopulo, dove risulta lo stato in cui versava ogni monastero basiliano e dal quale emerge la necessità da parte dei religiosi di erudirsi nelle lettere greche.
Dall’ambiente basiliano della nostra Terra, in particolare dalla zona vicina di Seminara – Oppido e da quella di Gerace, erano usciti insigni maestri come Nicolò da Reggio, Barlaam e Leontio Pilato di Seminara, Giovanni Tirseo e Simone Atumano vescovi di Gerace.
Non a caso il Petrarca consigliò al poeta ravennate Giovanni di Conversino di recarsi in Calabria, anziché a Bisanzio, per apprendere la lingua e la cultura greca.
Anche il Marafioti parla di «un castello, nelle radici dell’Appennino, edificato fuori un tumulo, posto fra due fiumi abbondanti di trote e anguille, chiamato Sinopoli, in luogo pendente e aria molto salubre, il che si conosce dalla salute delle persone; è adornato di molti nobili uomini dottori in legge, filosofia e medicina […] In quel castello nacque il beato Paolo, monaco dell’ordine di S. Francesco d’Assisi, il cui corpo riposa nel monastero di Nicotera…».
In precedenza, soltanto Cassiodoro (490-583 ca a.C.), primo ministro dell’imperatore eodorico, alla fine della sua carriera, tornando alla città d’origine Scolacium (antica Skylletion e odierna Squillace) aveva fondato il Vivarium, la prima vera università cristiana dell’Occidente.
A Sinopoli nel 1535 il conte Paolo Ruffo rese gli onori e ospitò Carlo V, l’imperatore del Sacro Romano Impero e re di Spagna che nella crociata contro i Turchi, con l’aiuto di molti nostri uomini tra cui diversi baroni e il conte di Briatico, aveva conquistato Tunisi e liberato 16.000 schiavi cristiani.

Bibliografia essenziale:
1 – Antonio Luppino, Il mio bel paese – E.D.L. (Laruffa) – Reggio Cal., 2000;
2 – Girolamo Marafioti, Croniche et antichità di Calabria – Padova, 1601.

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