Viaggio nella Calabria: la Piana di Gioia Tauro
di
Domenico Caruso
La “Piana delle Saline” (“Vallis Salinarum”), di tempo in tempo di S.
Martino (“Planitiae Sancti Martini”), di Terranova, di Gioia Tauro,
(che si estende per 400 Kmq e comprende 33 Comuni), ricoprì per alcuni
secoli un ruolo importante nella vita della Regione e, nel periodo
angioino, dell’intero Regno. Se la natura è stata generosa con la nostra
Terra, di tutt’altro avviso si è dimostrato l’uomo. Così Leonida Répaci
descrive la nostra situazione al momento della Creazione Universale:
«Quando fu il giorno della Calabria, Dio si trovò in pugno 15 mila Kmq
di argilla verde con riflessi viola. Pensò che con quella creta si
potesse modellare un paese per due milioni di abitanti al massimo. Era
teso in un vigore creativo, il Signore, e promise a se stesso di fare un
capolavoro. […]
Diede alla Sila il pino, all’Aspromonte l’ulivo, a Reggio il
bergamotto, … a Palmi il fico, … a Gioia l’olio, … a Rosarno l’arancio, …
alle montagne il canto del pastore errante da uno stazzo all’altro, …
alle spiagge la solitudine, all’onda il riflesso del sole… Assegnò
Pitagora a Crotone, … Ibico a Reggio, … Gioacchino da Fiore a Celico,
Fra Barlaam a Seminara. San Francesco a Paola, … Gemelli Careri a
Taurianova, Manfroce a Palmi, Cilea pure a Palmi, Alvaro a San Luca,
Calogero a Melicuccà…».
Per conoscere il territorio, ho scritto un «Viaggio alla scoperta
della Calabria» (due edizioni di grande formato – 20,5 x 28,5 – di
pagine 204 ciascuna), già presenti nella vetrina del Gruppo Editoriale
“L’Espresso” di Roma (“Il mio libro”) assieme ad altre dodici opere. Per
la prima volta, di ogni paese ho trattato la storia, gli aspetti
religiosi e naturalistici, le manifestazioni, i personaggi, le
tradizioni, le leggende ed ogni altra caratteristica.
Per comodità del lettori, ecco le pagine dedicate alle Città della
Piana: Pag. 5 Anoia – pag. 10 Candidoni – pag. 13 Cinquefrondi
– pag. 18 Cittanova – pag. 24 Cosoleto – pag. 29
Delianuova – pag. 32 Feroleto della Chiesa – pag. 33 Galatro –
pag. 36 Giffone – pag. 39 Gioia Tauro – pag. 41 Laureana
di Borrello – pag. 47 Maropati – pag. 53 Melicuccà – pag. 59
Melicucco – pag. 61 Molochio – pag. 67 Oppido Mamertina –
pag. 71 Palmi – pag. 77 Polistena – pag. 84 Rizziconi – pag.
90 Rosarno – pag. 96 S. Ferdinando – pag. 97 S. Giorgio
Morgeto – pag. 101 S. Pietro di Caridà – pag. 103 S. Procopio – pag.
105 S. Cristina d’Aspromonte – pag. 111 S. Eufemia d’Aspromonte –
pag. 116 Scido – pag. 122 Seminara – pag. 126 Serrata – pag. 129
Sinopoli – pag. 132 L’antica Università di Calabria – pag. 134
Taurianova – pag. 137 Terranova S.M. – pag. 142 Varapodio.
Segue una selezione del miglior folk calabrese. Per un momento di
relax, ecco alcune curiosità riguardanti i nostri Comuni. In passato,
quando ad Anoia esisteva un convento dei Padri Minimi, il procuratore
della festa di S. Francesco di Paola pare abbia approfittato del danaro
offerto dai fedeli. Ma ecco che durante la notte, mentre riposava, il
Santo cominciò a bastonarlo… di santa ragione. Era un buon motivo perché
si ravvedesse: “Rrobba ’i stola hjùhhjala ca vola”. (Quanto sottratto
al sacro si dilegua con un soffio).
A Candidoni si racconta che il torrente S. Nicola, dopo tanti giorni
di pioggia, stava per straripare. Gli abitanti allora decisero di
portare la statua del loro Santo in processione sul posto. Le acque,
quindi, si ritrassero e il paese fu salvo. La bellezza incomparabile di
Cinquefrondi aveva tanto conquistato S. E. il principe D. Luigi
Pignatelli, Duca di Casoria, che a stento si è riusciti a distaccarlo
dalla visione. A Cittanova si ricorda la rivolta di Spartaco,
rifugiatosi sui nostri monti. Per confinare il nemico e farlo arrendere,
Crasso iniziò la costruzione di un muro per 60 Km attraverso la punta
d’Italia. La presenza di ruderi nella zona aspromontana potrebbe essere
riconducibile all’imponente opera militare.
A Cosoleto, per la ricorrenza della Madonna degli Angeli, il Comitato
aveva deciso di fare a meno della banda musicale. Ma il caso volle che
si trovassero a passare nelle vicinanze i componenti il complesso
bandistico “Città di Melicuccà” diretti in altro paese. Ed essendosi
imbattuti con una bella signora, chiesero informazioni del luogo in cui
avrebbero dovuto esibirsi. La donna indicò Cosoleto e quelli si recarono
sul luogo ad allietare l’evento.
A Delianuova, nell’antica fontana di S. Elia, costruita con
mattoncini a vista e rimasta dopo il “Flagello” del 1783 vi è una
maschera apotropaica in pietra verde. Al di sopra una targa marmorea
invita in latino volgare: “Quis quis es fruere laetus bibe gratus abi
memor”. (Chiunque tu sia, godi lieto, bevi grato, parti memore).
Si narra che a Feroleto della Chiesa Papa Silvestro, per sottrarsi alla
persecuzione di Costantino, si rifugiò nella Chiesa di S. Nicola dove
venne accolto benevolmente dalla gente. Pertanto, investì il luogo sacro
del diritto di grazia. I pentiti che toccavano i muri dell’edificio si
rendevano immuni dai rigori della Legge.
A Galatro nel 1075 giunsero i monaci basiliani che fondarono il
Monastero di Sant’Elia, in quanto si tramanda vi fosse custodito il
corpo del Santo. Ai frati si deve la scoperta delle fonti termali che
scaturiscono in una stretta gola del Monte Livia.
A Giffone, quando un bambino era affetto dal “magulà” (parotite)
veniva portato da una donna esperta in arti magiche per il “pricantatu”
(scongiuro).
Fin dall’antichità è decantata la bellezza di Gioia Tauro, come
dimostra Gaio Lucilio nelle sue “Satire”: «Vedrai ciò che prima
desiderasti – a Metauria si tiene un mercato annuo – l’agro è fertile e
il mare pescoso».
Si racconta che i nobili di Borrello (l’odierna Laureana) abbiano
nascosto dentro il “pozzo di Celestina” il loro tesoro per salvarlo
dalle incursioni nemiche. Una strega, divoratrice di persone, lo
proteggerebbe. Per venirne in possesso bisognerebbe buttare nel pozzo un
cane tutto nero senza un pelo bianco, o un cane tutto bianco senza un
pelo nero, oppure un bambino non ancora in grado di parlare. Finora
nessuno ha tentato la prova per cui il tesoro si trova là!
A Maropati, nell’abitazione dell’avv. Cordiano, un’immagine della
Santa Vergine del Rosario di Pompei versò lacrime di sangue (anno 1971).
Un altro fenomeno si verificò tre anni dopo nella Chiesa parrocchiale
di S. Giorgio Martire del paese: un’ostia consacrata apparve con 23
strisce di sangue fresco.
A Melicuccà, per la credenza popolare, il “folletto” (fajettu) era
una creatura piccola e agile che turbava le notti delle ragazze e
opprimeva i neonati nella culla cercando di soffocarli. Tanti giurano
d’aver incontrato lo spiritello dispettoso.
Nella contrada S. Antonio, nei pressi di Melicucco, sorge un
gigantesco ulivo la cui circonferenza base è di 13 metri. Furono i
monaci basiliani ad introdurre la coltivazione dell’ulivo in Calabria.
Nella Chiesa Matrice Santa Maria de Merula di Molochio una pregevole
statuetta del Bambino Gesù (della Scuola Napoletana del XVII secolo)
viene esposta per il Natale e fatta baciare durante la S. Messa
dell’Epifania. Un detto popolare, per accentuare la vetustà di qualcuno,
recita: “E’ cchjù vecchiu du’ Bambinedu ’i Mulòchiu!”.
A Oppido M. nel 1971 esplose il famoso caso letterario del romanzo
“Il previtocciolo”, firmato con lo pseudonimo di don Luca Asprea e
pubblicato dalla Feltrinelli. Il sesso è il tema dominante del libro.
A Palmi, dal 2013 la “Varia” (l’imponente macchina votiva) è stata
riconosciuta dall’UNESCO come patrimonio culturale dell’umanità.
Scrive D. Valensise di Polistena a proposito delle false credenze
popolari: «Allorquando l’ammalato è presso a finire, e per naturale
fenomeno gli si prolunghi oltre l’usato l’agonia, si ha dei terrazzani
che credono poterlo fare uscire presto di vita, e così toglierlo
dall’ambascia che lo travaglia, col mettere sotto il letto ove lei si
giace un giogo di buoi».
A Rizziconi, il luogo tra il vecchio mulino e la stazione della
Calabro Lucana è chiamato il “Passo dei cavalli”, a ricordo dell’evento
del 1495 allorquando la fanteria spagnola, respinta dalla cavalleria
francese, si piegò in rotta fra le paludi del paese. Qui Giovanni
d’Altavilla, nel cedere al figlio del Re il suo cavallo, perse la vita.
Nei pressi di Rosarno il giovane Carlo III di Borbone, Re delle Due
Sicilie, colto da un improvviso temporale riparò in un tugurio dove una
donna aveva da poco partorito. Il re “volle che il bambino portasse il
nome di Carlo; si fece suo padrino; donò cento doppie d’oro alla madre;
assegnò al fanciullo venticinque ducati al mese finché in età di sette
anni venisse alla reggia”. (Da: Pietro Colletta: “Storia del Reame di
Napoli”).
Il generale Vito Nunziante, fondatore del paese di San Ferdinando,
nel 1815 ebbe l’incarico di occuparsi di Gioacchino Murat (eletto nel
1808 re di Napoli) durante la prigionia a Pizzo. Prima che il cognato di
Napoleone fosse fucilato, Nunziante lo trattò con ogni riguardo, per
cui apparve sospetto al Borbone. Ma quando Vito chiese di venire
giudicato, invece d’esser punito fu elevato di grado civile e militare.
A S. Giorgio Morgeto la gente immaginava che attorno al loro Castello
si aggirassero la chioccia e i pulcini d’oro, come pure le “Jovisse”
(leggiadre figlie di Giove). Nel paese vi è anche il più stretto vicolo
d’Italia (di soli 40 cm). A Prateria di S. Pietro di Caridà, dopo la
disfatta di Caporetto, con il legname dei boschi venne fabbricato l’85
per cento dei calci di fucile per la truppa.
La piccola Chiesa degli Afflitti di San Procopio ospita opere di
valore e venne elevata a Santuario nel Giubileo del 2000. Si tramanda
che un tempo, durante la veglia notturna che precede la festa, si vide
l’effigie della Vergine girare vorticosamente nella lampada il cui olio
ribolliva e cadeva sul pavimento, senza consumarsi. I fedeli lo
raccoglievano con pezzi di cotone e lo posavano per guarire sulle parti
del corpo. Dopo venti anni di attesa, S. Cristina d’Aspromonte il 21
novembre 1900 ottenne il suo Ufficio Telegrafico. Nel 2001 venne emesso
un annullo filatelico per commemorare il centenario.
Nella montagna di S. Eufemia d’Aspromonte, Giuseppe Garibaldi venne
ferito al piede destro (agosto 1862) dai soldati del colonnello
Pallavicini. Nel breve scontro morirono cinque militari e sette
volontari. A ricordo, sul luogo sorge il “Cippo”.
A Scido si racconta che Maria e Giuseppe camminavano cercando il
fresco, quando s’imbatterono in una palma da datteri. La Santa Vergine
espresse il desiderio di un frutto che l’anziano sposo non si sentiva di
cogliere. Ma l’albero, con uno sforzo, s’inchinò permettendo alla
Madonna di prendere un dattero. Giuseppe notò il miracolo, in quanto
fioriva anche il bastone che teneva fra le mani.
A Seminara, con un corteo storico, si rievoca l’ingresso
dell’imperatore Carlo V di ritorno dalla campagna d’Africa (avvenuta nel
novembre 1535).
Per Serrata ho considerato l’affermazione del prof. Francesco
Fiumara: «Se avete letto un libro interessante sino alla parola fine,
non pensate che il libro in quel punto sia davvero finito. Proprio da
quel momento avrà inizio per il libro una seconda vita, ossia una
seconda lettura, che si eseguirà dentro di voi col linguaggio segreto
delle parole non scritte. Saranno parole nuove, sottese alla vostra
meditazione, che vi accompagneranno per tutta la vita».
A Sinopoli si tramanda la leggenda delle Amazzoni, secondo la
mitologia greca un popolo composto di sole donne guerriere che si
recidevano il seno per meglio tendere l’arco e combattere. Catturavano
gli uomini ed i maschietti dei paesi vicini e li uccidevano.
A Taurianova è ben noto l’evento de “Il Miracolo” del 9 settembre
1894 allorquando, al termine dei festeggiamenti patronali si vide la
venerabile immagine della Vergine della Montagna posta nel Duomo di
Radicena presentare il volto trasfigurato e muovere gli occhi rifulgenti
di luce con singolare vivacità.
A Terranova Sappo Minulio nel XV secolo, quando i Saraceni
infestavano anche le nostre contrade, un manipolo di costoro, sfondata
la porta della sagrestia dov’era il SS. Crocifisso cercavano di dar
fuoco alla sacra immagine. Ma una rossa fiamma, come di sangue, illuminò
quel luogo, mentre i sacrileghi presi di spavento si davano a
precipitosa fuga per l’improvvisa forte scossa di terremoto avvenuta
verso le ore 21 del 27 marzo 1638.
A Varapodio, la nota fontana “Asso di Coppe” di piazza S. Nicola,
realizzata in pietra reggina (blocco di 270 q. di peso) e inaugurata nel
2002, ha riproposto l’antico simbolo della città che era andato
distrutto.
Per concludere, riporto l’affermazione del grammatico latino Terenziano
Mauro: “Habent sua fata libelli”. Auguro, così, che la mia modesta
opera incontri il consenso dei lettori.
http://approdonews.it/giornale/?p=246575