venerdì 21 giugno 2013

Alla Madre Celeste



          Alla Madre Celeste

Vergine bella in Te bontà s’ammira:
ricordati di me nell’ora estrema
e del maligno placa pure l’ira
perché la tentazione io non tema.

Madre Celeste, al nostro bene mira,
fa’ che d’amore il nostro cuore frema
e se la grazia Tua ancor m’ispira
è sempre poco, ci vuol un poema!

Nostra Signora di virtù preclare,
le anime nostre sempre Ti son grate
per i messaggi delle apparizioni.

Non ci rimane quindi che pregare,
così col caro Figlio ci accogliate
un dì senza mai più trepidazioni.

mercoledì 17 aprile 2013

Menzogna e calunnia



                              La calunnia è un venticello ...
                                                                                                      

 Non ci sono parole per descrivere lo scempio che offrono, nell’ VIII cerchio (nona bolgia) dell’Inferno, i seminatori di discordie. I mali che in vita procurarono quei dannati non furono rimarginati e crearono altre divisioni, adesso i loro corpi  vengono tagliati e mutilati nel continuo passare davanti al demonio.
 Il gentiluomo Pier da Medicina manifesta la sua sincera angoscia nell’indicare a Dante il tribuno Curione con la lingua mozzata per aver, dopo la sua cacciata da Roma, consigliato Cesare di passare il Rubicone e dare inizio alla guerra civile.
 «Chi fu pronto all’azione», gli disse, «non subì dall’attesa che danno»: 

Allor puose la mano alla mascella
d’un suo compagno e la bocca li aperse,
gridando: “Questi è desso, e non favella.
Questi, scacciato, il dubitar sommerse
in Cesare, affermando che ‘l fornito
sempre con danno l’attender sofferse. (XXVIII, 94-99)

 Il poeta appare inorridito nell’osservare un ultimo dannato: un busto privo di testa che, afferrata per i capelli, porta avanti a sé come una lucerna per farsi luce. Gli occhi del povero capo guidano i passi:

e quel mirava noi, e dicea: “Oh, me!”
Di sé facea a se stesso lucerna,
ed eran due in uno e uno in due:
com’esser può, quei sa che sí governa. (XXVIII, 123-126)

 Solo Dio sa come ciò sia possibile!
 Nella bolgia successiva i bugiardi, i calunniatori e gli spergiuri - avendo sulla Terra sfigurato il vero - vengono torturati e tormentati da forti febbri che li fanno delirare.
 «La verità, come la luce, acceca. La menzogna invece è un bel crepuscolo, che mette in risalto tutti gli oggetti», afferma il filosofo e drammaturgo Albert Camus (1913-1960). La parola menzogna (l’osservazione dello scrittore francese è singolare!), presenta al suo interno una notevole gradualità semantica.
 Fra i sinonimi di detto termine (derivato da mentio, mentionis, alterazione o deformazione della verità) riporto: baia (burla, bagattella, inezia), balla (frottola, panzana), bugia (asserzione cosciente non vera; invenzione, mendacio), calunnia (accusa inventata per diffamare o screditare; maldicenza; denigrazione), ciancia (chiacchiera; voce priva di fondamento spesso maligna e ingiuriosa), denuncia (dichiarazione di reato richiesto o imposto dalla legge), falsità (mancanza di lealtà; fallacia; doppiezza), favola (proprio dei visionari o dei molto giovani; fandonia), impostura (consuetudine alla menzogna e all’inganno; frode), imputazione (attribuzione di responsabilità), incriminazione (di un reato), pettegolezzo (discorso malizioso e indiscreto; ciarla, diceria), taccia (accusa dovuta all’opinione pubblica; cattiva fama). Il campo semantico delle parole è sconfinato e, in un certo senso, ogni forma di comunicazione è menzognera. E’ quanto asserisce Nietzsche (1844-1900):
 «Le verità sono illusioni, di cui si è dimenticato, che sono tali; metafore, che sono state abusate e private della forza di senso; monete, che hanno perduto la loro effige e che pertanto vengono considerate metallo e non più monete».
 La fantasia può aiutarci a comprendere il problema. Si narra che la Verità abitasse nuda in fondo ad un pozzo. Il giorno che si decise ad uscire per incontrare la gente tutti fuggirono alla sua presenza. Allora umiliata si avviò per una strada di campagna dove incontrò, meravigliosamente abbigliata, la Favola. Con questa si lamentò per il mancato ricevimento e per il freddo che la tormentava. La Favola la invitò, quindi, a ripararsi sotto il suo mantello anche per la sua nudità imbarazzante e di proseguire con lei da buona sorella. Così i savi avrebbero accolto la Favola in grazia di quanto nascondeva ed i pazzi avrebbero festeggiato la Verità perché frusciante delle sete e dei gioielli della compagna.[1] Vi è anche un aneddoto significativo, riguardante la maldicenza, attribuito a  San Filippo Neri.  Ad una donna che aveva sparlato del prossimo il religioso consigliò di uccidere una gallina, spennarla lungo la strada e portargliela. Dopo aver eseguito tutto ciò, la stessa fu invitata a ritornare sui suoi passi a raccogliere tutte le piume. Ma l’operazione, aggravata dal vento, obiettò la penitente che non poteva eseguirsi. Altrettanto impossibile, ribadì il santo, era il voler riparare al pettegolezzo a danno della gente. La prudenza nel parlare è sottolineata da un’arietta di Metastasio (1698-1782):

Pria di lasciar la sponda,
il buon nocchiero imìta;
vedi se in calma è l’onda,
guarda se chiaro è il dì.
Voce dal sen fuggita
poi richiamar non vale;
non si trattien lo strale
quando dall’arco uscì.

 Diverso è l’atteggiamento verso alcuni aspetti della bugia, specialmente nel periodo dell’infanzia.  Allora il gioco, per il bambino, ha un alto significato educativo favorendo lo sviluppo affettivo, cognitivo e sociale. Nell’attività ludica egli esprime quella fantasia che gli permette di passare dai valori simbolici delle cose all’intuizione della loro struttura e del lavoro effettivo. La bugia, considerata spesso in termini negativi, assume un ruolo importante nel contesto educativo del bambino, che racconta a se stesso e poi agli altri intrecciando realtà e fantasia. Le menzogne infantili scaturiscono da un’esigenza psicologica prima che materiale. D’altronde, nella formazione dei piccoli, sono stati i genitori a far scoprire le cose attraverso la bugia. Sia con la metafora che con la fiaba si è cercato di infondere ai figli sicurezza e consapevolezza della propria identità. Prima delle storie di Babbo Natale, della Befana o di altre creature immaginarie, nonché della cicogna che porta i bambini o di altri espedienti per nascondere realtà imbarazzanti occorrerebbe una seria riflessione. La bugia in buona fede può contribuire alla crescita nel momento evolutivo, ma ai nostri giorni caratterizzati da un rilevante sviluppo scientifico ci sono altre vie più idonee. Un proverbio africano asserisce: «Per far crescere un bambino ci vuole un intero villaggio».
 Nel campo cattolico: «Le bugie […] sono in realtà un reticolo variegato di pie tradizioni, spesso gentili e degne di rispetto, fiorite nel campo della religiosità, frammiste però a mezze verità, veri e propri errori, luoghi comuni ed equivoci che, per assuefazione, pigrizia mentale, gusto del folclore e del meraviglioso, hanno assunto agli occhi della gente valore di certezze assolute».[2]
 Come ben documentano gli autori del libro, ad esempio: il battesimo non lava il peccato originale; non tutti possono diventare preti; il Papa non sempre è infallibile; nell’inferno non ci sono le fiamme; il diavolo non ha né corna né zoccoli; gli angeli non hanno le ali; l’uovo di Pasqua non è un simbolo pagano; i dogmi possono essere aggiornati; nel digiuno il problema non è la carne; non è obbligatorio credere ai miracoli o alle reliquie; certe volte i veggenti sbagliano. Infine, tante vicende che riguardano i Santi sono frutto della fantasia popolare, come il drago di S. Giorgio, gli occhi di Santa Lucia, il mantello di S. Martino, il dito di S. Tommaso sul costato di Gesù. Tutti i filosofi, ad eccezione del Marchese de Sade (1740-1814) e di Nietzsche, condannano la menzogna. Per Platone (428/427-348/347 a.C.): «Il falso che si genera nei discorsi» deriva da quello che si genera nel pensiero, entrambi dal «dire o pensare ciò che non è».  Anche Aristotele (384-322 a.C.) è del parere che: «Il falso e il vero non sono nelle cose, come se il bene fosse vero e il male falso, ma nel pensiero». Per il sapiente greco, l’uomo veridico è «autentico, sincero sia nella vita che nelle parole». Scrive S. Agostino (354-430 d.C.): «Mendacium est enuntiatio cum voluntate falsum enuntiandi» (De mendacio, IV,4). (La menzogna è l’affermazione del falso con l’intenzione volontaria di ingannare). Il Dottore della Chiesa fa la differenza tra il mentiens (colui che mente) e il mendax (il bugiardo), essendo la menzogna un atto e l’ipocrisia uno stato. Agostino propone una sorta di classificazione della menzogna, in ordine decrescente alla gravità morale: 1) La menzogna religiosa (per la conversione di qualcuno); 2) la menzogna maligna attiva (per danneggiare qualcuno senza giovare ad altri); 3) la menzogna maligna passiva (per godere dell’inganno e trarne vantaggio); 4) la pura menzogna dannosa (per il bene di qualcuno a danno di altri, il semplice piacere d’ingannare); 5) la menzogna per acquistarsi favore (nella conversazione); 6) la menzogna benevola innocente (per il bene di qualcuno senza danneggiare altri); 7) la menzogna necessaria per la vita (per salvare la vita a qualcuno); 8) la menzogna necessaria per la purezza (per salvare la castità di qualcuno). (De mendacio, XXI, 42). La diffamazione o maldicenza e la calunnia sono i mali più gravi contro la carità e la giustizia. La differenza fra i due peccati sta nel fatto che mentre il primo porta a conoscenza difetti veri ma segreti, l’altro attribuisce colpe inattendibili.
 Un ironico quadretto sulla calunnia è riportato magistralmente, in dialetto romanesco, dal poeta crepuscolare Trilussa (1871-1950): A mezzanotte, quando non c’è la luna, si radunano nel pantano puzzolente Li rospi contro l’aquila. Ecco il presidente che spiega lo scopo della Lega:
« - Cari colleghi, la diffamazione /è tutta una questione de maniera: / in certe circostanze fa più effetto / una cosa che nasce da un sospetto / che quanno nasce da una storia vera. / Dunque inventate, giù! Sotto a chi tocca! / Cor fiele in core e cor veleno in bocca!». Dopo il Leone è la volta dell’Aquila reale. «Un vecchio rospo scivoloso e grasso, / spaparacchiato su la panza floscia, / slarga le cianche deboli e se scoscia / per arrivà su un sasso. / - Compagni! - dice poi - / L'Aquila che se dà tutta 'sta boria / nun è che la ruffiana de la Gloria / che specula sur sangue de l'eroi! / - E' vero! - Bene! - Bravo! - Morte all'aquila / Abbasso! - Evviva noi! ». Diversamente dai rospi, l’aquila ha il merito delle ali! «E la buriana seguita, s'ingrossa / e l'improperie schizzeno più forte. // Ma appena spunta in cima a la montagna / la prima luce rosa / che ridà li colori a la campagna, / ogni rospo s'azzitta e con un zompo / se schiaffa nell'acqua mollacciosa. / Ciacchete! Un tonfo e poi... nun resta a galla / che quarche bolla e un po' de schiuma gialla...».

 Farei un torto al poeta se non rivelassi la sua opinione post - mortem sulla morale espressa ne “Lo specchio”: «… Quante mijara de rimane ho scritto / che miscujo de cose che pantano! / Sarebbe stato mejo a stasse zitto / e nun confonne er “Sacro cor profano”. // Li lupi l’ho confusi co’ l’agnelli / li gatti co’ li sorci e co’ li cani / li rospi abbraccicati co’ l’ucelli / e li somari assieme a li Cristiani. // Ho fatto raggionà li polli e l’oche / er bove te l’ho messo assieme all’orco / formiche e grilli a spasso co’ le foche, / e nella società ho mannato er porco. // Tutto questo l’ho fatto solamente / pe’ cercà la morale in qualche posto / ma ner cercà non ho trovato gnente, / sortanto tutto fumo senza arosto // […] Ma si quarcuno ancora cià pazienza / je vojo solo addì sta cosa ancora / la “morale” sta assieme a la coscenza, / è inutile a cercalla drento o fora…».[3]

 Infine (dulcis in fundo), la magia dell’aria di Don Basilio nell’opera musicale di Rossini Il barbiere di Siviglia, oltre ad estasiare invita alla riflessione:
 «La calunnia è un venticello / un'auretta assai gentile / che insensibile sottile / leggermente dolcemente / incomincia a sussurrar». Pian piano, s’introduce nelle orecchie della gente e stordisce testa e cervello. Uscendo, quindi, dalla bocca prende forza e scorrendo da un luogo all’altro «sembra il tuono, la tempesta / che nel sen della foresta, / va fischiando, brontolando, / e ti fa d'orror gelar. / Alla fin trabocca, e scoppia, / si propaga si raddoppia / e produce un'esplosione / come un colpo di cannone». Fra il tumulto generale «… il meschino calunniato / avvilito, calpestato / sotto il pubblico flagello / per gran sorte va a crepar».
                                                                                                 

(Servizio pubblicato sul mensile La Piana di Palmi-RC - Anno XII, n. 4 - Aprile 2013)



[1] Rielaborazione dall’Enciclopedia della Fiaba - Vol. I - Casa Ed. G. Principato, Milano - Messina, 1959.
[2] Dalla prefazione al libro di Roberto Beretta ed Elisabetta Broli Le bugie della Chiesa - Ediz. Piemme - Casale Monferrato (AL), 2003.
[3] Demofilo Fidani, Il medium esce dal mistero - L. Reverdito Editore, Trento - 1986.

giovedì 21 marzo 2013

Padre Silvestro Morabito



Personaggi calabresi

Padre Silvestro Morabito

                                                                                                   

L’esempio del poverello d’Assisi.

 Nessun poeta, al pari di Dante, innalzò al fondatore dell’Ordine francescano un monumento più celebre. Nel “Paradiso”, San Tommaso d’Aquino (teologo domenicano), tesse in onore del mistico frate un panegirico di devota ammirazione:

 Alle pendici del Subasio sorse per il mondo un sole, come quello reale in determinate stagioni dell’anno alle foci del Gange. Perciò, chi parla di quel luogo non dica Assisi che direbbe poco, ma dica Oriente per la precisione: «Di questa costa, là dov’ella frange / più sua rattezza, nacque al mondo un sole, / come fa questo tal volta di Gange. / Però chi d’esso loco fa parole, / non dica Ascesi, ché direbbe corto, / ma Oriente, se proprio dir vuole». (Par. XI, 49-54)

 Francesco e Povertà, i due felici amanti, con la loro virtù conquistano i primi seguaci: «Oh ignota ricchezza! oh ben feraci! / Scalzasi Egidio, scalzasi Silvestro / dietro allo sposo, sì la sposa piace». (XI, 82-84)

 Dopo tanti secoli, un altro Silvestro, questa volta calabrese, si aggiunse a quella schiera per calcare le orme del Maestro.

Cenni biografici di Padre Silvestro.

 Lo studioso e letterato Padre Silvestro, al secolo Pietro Morabito, nacque a Taurianova l’8 novembre 1929 da Pasquale e da Maria Spataro. Entrò giovanissimo nel Seminario Serafico della bella cittadina di Chiaravalle Centrale (CZ), dove nel 1944 vestì il saio dei Frati minori Cappuccini mutando il proprio nome di battesimo. Fu avviato a Cosenza e ad Eboli per i suoi studi teologici che completò a Roma presso la Pontificia Università Gregoriana. Il 6 novembre 1949 emise i voti semplici (con i quali si perde l’uso, ma non il possesso della proprietà) nell’Ordine dei Cappuccini e l’8 dicembre 1952 (dopo il noviziato) la professione solenne. Il 27 novembre 1955 venne ordinato sacerdote da S.E. il Cardinale Carlo Confalonieri.

 Tornato nella sua provincia monastica calabrese insegnò materie letterarie nei Seminari dell’Ordine a Reggio Calabria, Cropani e Nicotera, dove - in quest’ultima - ricoprì anche l’incarico di precettore. Seguirono le mansioni di Direttore dello Studio Teologico dei Cappuccini di Catanzaro, di Superiore in diversi conventi, di Definitore provinciale, nonché di Assistente spirituale dei Francescani Secolari e della Gioventù Francescana. Fu parroco in alcune Comunità, come ad Annà di Melito Porto Salvo (RC) dove lasciò un ricordo indelebile. Fra gli altri importanti incarichi sono da segnalare quelli di direttore del periodico “Orizzonti Francescani”, di Segretario provinciale per le Missioni Estere Cappuccine e Segretario provinciale per la Commissione “Giustizia, Pace ed Ecologia”. Dal 1985 lo contraddistinse il mandato di Vice Postulatore della beatificazione e canonizzazione di Padre Gesualdo Melacrinò da Reggio Calabria, dichiarato “Venerabile” dalla Congregazione per la causa dei Santi. Per quanto ci riguarda, Padre Silvestro fu Superiore del Convento dei Cappuccini di Taurianova (R.C.) dal 1975 al 1978 e dal 1996 al 1998, allorquando per la malferma salute si trasferì all’Eremo di Reggio Calabria dove cessò di vivere il 23 marzo 2005 (mercoledì della Settimana Santa).

Principali opere edite.

 1) “Cappuccini Calabresi nel mondo”, 1974. 2) “Fioretti del Ven. P. Gesualdo da Reggio Calabria”, 1982 (2^ ed.). 3) “Necrologio dei Frati Cappuccini di Calabria 1530-1970”. 4) “I Papi calabresi nella storia e nella tradizione”, 1980 (1^ ed.). 5) “Atti e documenti sulla terza traslazione del ven. P. Gesualdo”. 6) “Il ven. P. Gesualdo da Reggio Cal. - Testimonianze odierne”. 7) “More di rovo” - (poesie).

Il Santuario di Lourdes.


 Molochio è conosciuto da migliaia di fedeli calabresi per il Santuario dell'Immacolata di Lourdes, il primo in Italia con detto titolo e l’unico in Calabria.


 Lo fece edificare, unitamente al Convento, il cappuccino Padre Francesco Maria Zagari da Scilla (che fu nella località francese dopo le apparizioni) su terreno del fratello Mons. Rocco Zagari, parroco del luogo. La prima pietra fu posta dal Cardinale Gennaro Portanova, Arcivescovo di Reggio Calabria, alla cui Arcidiocesi appartenne il paese aspromontano  fino al 1927. Il 29 giugno 1890, giunto in treno a Gioia Tauro, il porporato proseguì il viaggio in carrozza per detto straordinario evento. Il Papa Leone XIII ricevette Padre Zagari in udienza privata l’8 maggio1896, lo benedisse e lo incoraggiò per il costruendo Santuario che arricchì di indulgenze. L'inaugurazione dell’opera, dieci anni dopo, fu rimandata per l'assassinio del Re Umberto I del 29 luglio 1900. Finalmente il 14 settembre 1901 (Esaltazione della S. Croce), assistito dai Vescovi di Oppido e Mileto, il Cardinale Portanova poté consacrare e aprire al culto il Santuario.


 La terziaria francescana Suor Maria Probech Schlestatd nel 1892, a Parigi, fece dono a Padre Francesco Zagari  della sacra statua lignea della Madonna.

 Un vascello portò l’effigie alla marina di Gioia Tauro per procedere in forma privata su un carro fino a Molochio. Nel centenario delle apparizioni di Lourdes, il 2 agosto 1958, la statua fu incoronata e la stessa data del mese fu scelta da Padre Zagari (ricorrenza pure del suo compleanno) per la festa, oltre che all’8 dicembre e all’11 febbraio. Accanto al Santuario fu, infine, eretta “La casa del pellegrino”. La devozione popolare verso la prodigiosa Immagine, nonché i personaggi e gli eventi che interessarono il Convento sono narrati da Padre Silvestro nel suo libro: «Alle falde del Trepitò».

Il carisma.

 Chi, come noi, ha conosciuto Padre Silvestro può testimoniare il dono divino a lui concesso nel servire il prossimo. Durante la sua permanenza nel Convento di Taurianova ogni giorno numerose persone, giunte anche dai paesi limitrofi, attendevano il loro turno per un incontro spirituale con il frate che aveva per tutti una parola di conforto e di speranza. Leggendo nelle coscienze, egli suggeriva ad ognuno il modo di comportarsi e il rimedio ai problemi più urgenti. Quando celebrava la Messa, la chiesa era gremita di fedeli e le sue omelie rivelavano una profonda devozione verso la Santa Vergine. Avendogli fatto dono di alcune liriche religiose, egli soleva recitare e commentare una mia “Ave Maria”, fra la commozione dei presenti. A grandi caratteri P. Silvestro riporta nel libro sul “Trepitò” l’invocazione all’Immacolata: «… O candida visione del Paradiso, fuga dalle menti le tenebre dell’errore con la luce della Fede. O mistico roseto, solleva le anime affrante col celeste profumo della speranza. O sorgente inesausta di acqua salutare, ravviva gli aridi cuori con l’onda divina della carità …».

I Papi calabresi.

 L’amore per la nostra Terra e per la Chiesa portò P. Silvestro a trattare i religiosi calabresi che occuparono la cattedra di Pietro, nell’ordine: San Telesforo da Thurio - Terranova di Sibari (CS); Sant’Antero da Petelia (CZ); San Dionisio da Thurio - Terranova di S.; Sant’Eusebio da Casegghiano - S. Giorgio Morgeto (RC); San Zosimo da Reatio, Mesurgo - Mesoraca (CZ); Sant’Agatone da Reggio Cal. (o Aquilano); San Leone II da Reggio Cal. (e perché non della nostra “Piana di San Martino”, come riportato dal Barrio nella nota dell’Aceti?); Giovanni VII da Rossano (CS); San Zaccaria da Siberene - Santa Severina (CZ); Stefano III da Reggio Calabria; Antipapa Giovanni XVI da Rossano (che, ritenuto usurpatore del trono vaticano, fu fatto dileggiare e torturare dall’imperatore Ottone III).

 I nostri Papi sono definiti greci o della Magna Grecia perché nati nel luogo così chiamato a quel tempo, prima che il nome Calabria ci fosse attribuito dai Goti e dai Bizantini nel VII secolo.

S. Leone II.

 Come accennato S. Leone II, che il “Liber Pontificalis” lo tramanda come siciliano, è calabrese. Infatti, quando i Bizantini persero il dominio dell’isola, per conservarne il titolo chiamarono Sicilia la Calabria. Scrive P. Silvestro: «Papa Leone II, figlio di Paolo Menejo, vestì l’abito di canonico regolare nel monastero di Bagnara. Certamente fu una vocazione tardiva perché prese i voti già medico e molto versato nelle lingue greche e latine. Trasferitosi a Roma, fu chiamato dal concittadino Papa Agatone, dallo stesso fu creato cardinale». Ed ancora: «Ordinò che nella celebrazione della Santa Messa si dovesse dare la pace, che in caso di necessità chiunque ed in ogni tempo potesse battezzare, che gli Arcivescovi nel ricevere il pallio non dovessero pagare». Amante della povertà e dei poveri, accolse le decisioni del III Concilio di Costantinopoli. Il suo pontificato fu di breve durata, dal 17 agosto 682 al 3 luglio 683 quando, cessato di vivere, venne sepolto in S. Pietro.

Il venerabile Padre Gesualdo.

 Nacque a Reggio Calabria il 18 ottobre 1725 e là morì (per come aveva predetto) il 28 gennaio 1803. Vestì l’abito dell’ordine Cappuccino nel 1740 e fu ordinato sacerdote nel 1750. Fra le cariche ricoperte figurano quelle di lettore di filosofia e di teologia, di vicario nel Convento della Consolazione all’Eremo di Reggio Calabria, di P. Guardiano e vicario nel Convento di ritiro a Terranova S. M., di Definitore Provinciale. I prodigi operati, il dono dell’estasi e quello della profezia, il perfetto modello di vita cristiana, la fama di santità, la potestà sopra i demoni resero popolare l’umile frate. Una volta, dovendo P. Gesualdo portarsi a Messina per il quaresimale nella Cattedrale, non trovando alcuna barca che lo volesse traghettare a causa del mare in tempesta, stese il suo mantello nell’onda e unitamente al fratello laico che l’accompagnava attraversò indenne lo Stretto.

 Da un canto da lui composto si deduce la fiducia che il frate nutriva per la Madonna della Consolazione: «… Se parli, alla tua voce / dispariranno i mali / e i poveri mortali / vedran di gioia il dì. // Se volgi a questa terra / il tuo celeste viso, diffonderai il sorriso / sull’erbe stesse e i fior; // ché un ciel che qui disserra / perpetua primavera / narra da mane a sera / dei doni tuoi l’amor…».

 Dopo il sisma del 1783 il frate prodigò il suo aiuto sia nella città di Reggio che in quella di Messina. Nel suo elogio funebre l’avvocato, giudice e deputato reggino Girolamo Arcovito affermò: «Sa egli bene, il prode cittadino ed onesto, che egli è un ecclesiastico e che tutto deve essere impiegato alla salute di tutto il gregge di Cristo. Non se ne sta un momento in riposo: è incessantemente occupato all’esercizio dell’apostolico ministero sacro, ovunque lo chiamasse il bisogno».

 Per P. Gesualdo: «Tre generi di vita si possono menare da viventi: viver da bruto, viver da uomo, viver da cristiano. Il bruto è regolato dai soli sensi, l’uomo dalla ragione, il cristiano dalla fede». Ogni commento è superfluo!

                  Domenico Caruso - S. Martino di Taurianova (R.C.)

(Servizio pubblicato sul mensile La Piana di Palmi-RC - Anno XII, n. 3 - Marzo 2013)



 Bibliografia essenziale:

1 - Principali opere di Padre Silvestro. 2 - “Poeti e Scrittori” - Rassegna bio-bibliografica del Novecento dei Comuni della Piana di Gioia Tauro (pagine dedicate al frate) - Vol. II - di I. Loschiavo Prete, A. Orso e U. Verzì Borgese - Calabria Letteraria Ed., Soveria Mannelli (CZ), 1986. 3 - Servizio relativo di Cecè Alampi su “Arianova Metropolipiana” di Taurianova (Maggio-Giugno 2005).