giovedì 6 dicembre 2018

La Calabria e la politica di Dante nella Divina Commedia

        La Calabria e la politica di Dante nella "Divina Commedia"
                                                                                       

Dante, nella sua grandiosa opera, dimostra di conoscere ed apprezza la nostra Terra.
Paragoni e personaggi lo confermano. Nell’Inferno avari e prodighi si percuotono il petto come le onde sopra gli scogli di Cariddi, nello Stretto di Messina, che si frangono scontrandosi con quelle di Scilla:

«Come fa l'onda là sovra Cariddi,
che si frange con quella in cui s'intoppa,
così convien che qui la gente riddi».
(Inf. VII, 22-24)

Nel terzo canto del Purgatorio il protagonista, Manfredi d’Altavilla (1232-1266), è vittima della politica temporale del Papato. Per il poeta il re di Sicilia e suo padre Federico II rappresentano gli ultimi veri principi italiani. Il coraggioso giovane normanno-svevo, cadde eroicamente nella sfida a Benevento contro Carlo d’Angiò (incoronato re di Sicilia). Il cardinale cosentino Bartolomeo Pignatelli, su ordine del Pontefice Clemente IV infierì sul cadavere che, disseppellito dal tumulo eretto dalla pietà dei soldati, senza cerimonie religiose fu gettato sulle rive del Garigliano in balia della pioggia e del vento.
Manfredi, riconosciuto dal suo fisico (“Biondo era e bello e di gentile aspetto”) - Purg. III, 107), asserisce:

   «Se il pastor di Cosenza, che alla caccia
di me fu messo per Clemente, allora
avesse in Dio ben letta questa faccia,
   l'ossa del corpo mio sarieno ancora
in co del ponte presso a Benevento,
sotto la guardia della grave mora.
   Or le bagna la pioggia e move il vento
di fuor dal regno, quasi lungo il Verde,
dov'è le trasmutò a lume spento».
(Purg. III, 124-132)

Carlo Martello (1271-1295), figlio di Carlo II d’Angiò detto lo Zoppo (1254-1309) è collocato da Dante tra gli spiriti amanti del III Cielo di Venere.
Il giusto principe, morto anzitempo, nell’indicare le regioni di cui sarebbero stati sovrani i suoi discendenti se il malgoverno angioino non avesse suscitato la rivolta dei Vespri (1292), ricorda quella parte estrema d’Italia che ha fra le sue città Catona in provincia di Reggio Calabria:

«[…] quel corno d'Ausonia che s'imborga
di Bari, di Gaeta e di Catona
da ove Tronto e Verde in mare sgorga».
(Par. VIII, 61-63)

Nel Paradiso figura l’abate cosentino Gioacchino da Fiore (1130-1202), teologo e scrittore, profeta di un grandioso rinnovamento, che la Chiesa venera come beato:
«il calavrese abate Giovacchino,
di spirito profetico dotato».
(Par. XII, 140-141)
Secondo il francescano P. Raniero Cantalamessa, presbitero e teologo:
«La storia sacra ha tre fasi. Nella prima, l´Antico Testamento, si è rivelato il Padre. Nella seconda, il Nuovo Testamento, si è rivelato il Cristo. Ora siamo nella terza fase, quando lo Spirito Santo brilla in tutta la sua luce e anima l´esperienza della Chiesa». La venuta di una terza e ultima età del mondo, quella dello Spirito Santo, è la profezia di Gioacchino.
La tematica politica di Dante si sviluppa nelle tre cantiche.
Nell’Inferno (III Cerchio - golosi) Ciacco (banchiere fiorentino) condanna la situazione di Firenze, indicando le cause delle divisioni in superbia, invidia e avarizia:

  Ed elli a me: «La tua città, ch'è piena
d'invidia sì che già trabocca il sacco,
seco mi tenne in la vita serena.
  Voi cittadini mi chiamaste Ciacco:
per la dannosa colpa de la gola,
come tu vedi, alla pioggia mi fiacco.
(VI, 49-54)

«Giusti son due, e non vi sono intesi;
superbia, invidia e avarizia sono
le tre faville c'hanno i cuori accesi».
(VI, 73-75)

Nel Purgatorio (Antipurgatorio, II Balzo - negligenti), col trovatore Sordello da Goito, anima solitaria e sdegnosa, vi è la violenta invettiva all’Italia ed a Firenze:
[…] «O Mantoano, io son Sordello
della tua terra!»; e l'un l'altro abbracciava.
      Ahi serva Italia, di dolore ostello,
nave sanza nocchiere in gran tempesta,
non donna di province, ma bordello!» 
(VI, 74-78)

Nel Paradiso (II Cielo - Mercurio: Spiriti operanti per la gloria terrena) vi è l’incontro con Giustiniano, simbolo della Legge terrena che risponde ai principi della Legge eterna di Dio. La prima opera dell’imperatore ideale bizantino fu la redazione del codice delle leggi romane per il mantenimento dell’ordine civile nel mondo.
A lui è dedicato l’intero canto:

«Cesare fui e son Iustiniano,
che, per voler del primo amor ch'i' sento,
d'entro le leggi trassi il troppo e 'l vano». (Par. VI, 10-12)

Il lato feroce del carattere di Dante si rivela all’incontro di personaggi crudeli, come verso le città che hanno dato un cattivo esempio al mondo.
La prima invettiva è rivolta alla città di Pisa che ha permesso la straziante fine del Conte Ugolino della Gherardesca (1210-1289) assieme a due figli e due nipoti:

«Ahi Pisa, vituperio de le genti
del bel paese là dove ’l sì suona,
poi che i vicini a te punir son lenti,
    muovasi la Capraia e la Gorgona,
e faccian siepe ad Arno in su la foce,
sì ch’elli annieghi in te ogne persona!»
. (Inf. XXXIII, 79-84) 

Fra i traditori, Dante pone nell’Inferno Branca Doria ancor vivo, reo d’aver fatto assassinare il suocero per impossessarsi dei suoi beni. Da qui l’invettiva:

«Ahi Genovesi, uomini diversi
d’ogne costume e pien d’ogni magagna,
perché non siete voi del mondo spersi?» (Inf. XXIII, 151-153)

Anche verso le altre città (Siena, Pistoia, Lucca, Bologna, Padova) il poeta si sente superiore.
Tutta la Nazione è da biasimare:

«Ché le città d'Italia tutte piene
son di tiranni, e un Marcel diventa
ogne villan che parteggiando viene».
(Purg. VI, 124-126)

Dante manifesta la speranza di un trionfale ritorno a Firenze che lo ripaghi del lungo esilio e gli ottenga la corona poetica per la sua opera:

«Se mai continga che l poema sacro
al quale ha posto mano e cielo e terra,
sì che m'ha fatto per molti anni macro,

vinca la crudeltà che fuor mi serra
del bello ovile ov' io dormi' agnello,
nimico ai lupi che li danno guerra;

con altra voce omai, con altro vello
ritornerò poeta, ed in sul fonte
del mio battesmo prenderò ’l cappello».
(Par. XXV, 1-9)

Ma soltanto dopo il trapasso la sua opera sarà diffusa.
E, con un messaggio medianico, ritorna per esortarci ad essere forti contro il male se vogliamo la salvezza eterna:

   «O popol che t’appresti al grande passo
per superar la soglia della morte
non cadere nel tragico collasso
   de li peccata e fa che tu sia forte:
vicin ti guata il demone maligno
perché diventi sua la tua mal sorte,
   fuggi quindi l’invito e quinci il ghigno
acciocché tu possa salir festoso
nel Regno di Colui giusto e benigno».

(Dante Alighieri (post-mortem): “Dalla Terra al Cielo” - Centro Studi Metapsichici di Camerino - 1988 - Canto I, 1-9).

https://www.riflessioni.it/lettereonline/calabria-e-politica-di-dante-nella-divina-commedia.htm











lunedì 12 novembre 2018

L'Aldilà: dalla Chiesa a Fidani, Natuzza e Dante.


CALABRIA 
L’Aldilà: dalla Chiesa a Fidani, Natuzza e Dante
Riflessione di Domenico Caruso

Redazione - Il 12 novembre 2018

Il filosofo danese Soren Kierkegaard (1813-1855) afferma: «La vita non è un problema da risolvere, ma una realtà da vivere». La nascita è un dono avvolto dal mistero. E’ il primo estremo del segmento tra due oscurità, che termina con la morte. Il mito è il presagio di un’esistenza superiore. Per il cattolico è Cristo la via, la verità e la vita. Il teologo dei Paolini don Aureliano Pacciolla su “Famiglia Cristiana” (27/05/1997) afferma che “un cristiano può accostarsi alla parapsicologia”. Tuttavia va raccomandata “molta prudenza”. Non sono compatibili col Cristianesimo la magia e la superstizione. Con tale premessa, soltanto a scopo culturale e divulgativo, riporto la mia esperienza. Nel 1986 incontrai, all’11° Convegno Nazionale di Parapsicologia di Camerino, il famoso medium e studioso del trascendente Demofilo Fidani (1914-1994). Da quel momento, si aprì per me un nuovo spiraglio sullo spazio che ci attende e sull’esistenza dell’Aldilà. «Conoscerete la verità, e la verità vi renderà liberi». (Gv 8, 32)

La capacità di Gesù di interloquire sempre con ogni uomo, parlandogli al cuore, pone la domanda sulla verità e sulla libertà stabilendo quale nesso sussiste tra di esse affinché ognuno giunga alla felicità. Fidani, grande iniziato alla continua ricerca della verità c’insegnò, a suo modo, ad amare Dio. Nel testamento spirituale del 1994 ha scritto: «La morte fisica non mi fa paura. So perfettamente che il mio spirito continuerà a vivere nell’altra dimensione, ricco delle mie esperienze e con il bagaglio dei miei errori che dovrò correggere e rivedere». «Parlare dell’aldilà implica la ricerca di Dio, ma non si può prendere coscienza di Dio avvalendosene per scopi egoistici e personali. Purtroppo l’uomo si appella a Lui quando ha in gioco interessi materiali che lo coinvolgono direttamente e spesso nasconde, dietro il suo credo, una distratta e convenzionale preghiera, avulsa da qualsiasi contenuto spirituale…». (Da: D. Fidani, “Se ci sei… batti un colpo” -Pubbli.Edi, Palermo – 1990).
Fra le manifestazioni eccezionali, a conferma della medianità di Demofilo, ricordiamo la levitazione, le voci e la scrittura dirette, gli apporti, i viaggi in Astrale. Di quest’ultimo fenomeno è ben nota la “bilocazione Parigi”.
Legato ad una sedia e chiuso in una camera sigillata, con la velocità della luce Demofilo si trovò difronte alla Cattedrale di Nôtre-Dame. In un negozio della piazza comprò diversi oggetti, affrancò e spedì una cartolina. Appena uscito, prese il giornale “Ici Paris”, lo ripiegò e lo mise in tasca. Rientrato e aperto il locale, il medium venne risvegliato. Quindi, scollati i nastri isolanti, lo si vide stretto nella posizione in cui era stato lasciato. Non vi erano impronte nella farina cosparsa a terra, ma vi erano tutti gli oggetti comprati e il resto dei franchi.
La sopravvivenza dell’anima è attestata in numerosi passi dei testi biblici, da Samuele del Vecchio Testamento agli Evangelisti del Nuovo.

Al ladrone pentito in croce Gesù assicura: «In verità ti dico: oggi, sarai con me in paradiso». (Luca 23,43).
In senso cristiano la morte fisica è soltanto un passaggio che Gesù Risorto ha aperto a noi tutti per una vera vita. Lo conferma l’apostolo nella sua prima lettera: «Noi sappiamo che siamo passati dalla morte alla vita, perché amiamo i fratelli». (Gv 3,14) Cristo, rispondendo a Marta che piange la morte del fratello Lazzaro, dichiara: «Io sono la risurrezione e la vita. Chi crede in me, anche se morisse, vivrà; e chiunque vive e crede in me, non morirà in eterno». (Gv 11, 25-26)
All’udienza generale del 30 ottobre 2013 Papa Francesco espone la realtà molto bella della nostra fede, la “Comunione dei Santi”, vale a dire di coloro che sono incorporati a Cristo nella Chiesa mediante il Battesimo. Detta Comunione va oltre la morte e trova la sua pienezza nella vita eterna. Anche la scienza dimostra che lo spirito non si estingue con la morte, nella quale portiamo le esperienze vissute. L’amore incondizionato regola l’universo e lo stesso funge da legame inscindibile con i nostri cari trapassati.

Per la Chiesa è urgente evangelizzare il senso cristiano della morte, della resurrezione e della Comunione coi fedeli defunti. Gesù esorta l’Apostolo Tommaso: «Perché mi hai visto hai creduto? Beati coloro che hanno creduto senza vedere!». (Gv 20, 29) Pertanto, bisogna diffidare dei movimenti che presumono di comunicare con l’Oltre. Lo stesso vale per la reincarnazione che se ci fosse farebbe venir meno la coscienza della serietà della vita presente e il senso di responsabilità di ognuno. Cristo è risorto, non si è reincarnato. La mistica calabrese Natuzza Evolo (1924-2009) non evocò mai i defunti ma le anime, col permesso del Signore e per loro volontà, comparivano e potevano inviare messaggi ai propri cari. Era l’Angelo Custode ad informare se nell’aldilà le anime avevano bisogno di suffragi. Ebbi l’esperienza personale riguardante nonna Annunziata che mi assicurò di trovarsi in “luogo buono”.
Anche tanti personaggi illustri vollero far sentire la loro voce.
Così Dante Alighieri informò d’aver dovuto scontare ben “trecento anni di Purgatorio”, per aver giudicato le persone nella Divina Commedia in base alle sue simpatie e convinzioni politiche, senza alcuno spirito di carità e amore cristiano (cfr. L. Regolo, Natuzza Evolo – Il miracolo di una vita – Mondadori, 2010). Nei messaggi di Natuzza, il “prato verde” corrisponde ad una sorta di stato intermedio tra il Purgatorio e il Paradiso nel quale, dopo aver pregato, le anime tendono ad entrare per la pace eterna. Il Sommo Poeta, padre della lingua italiana, rappresenta un’intera cultura e può considerarsi contemporaneo per la sua condanna alla cupidigia che affligge la società. Trascorsa la fuggevole visione di Dio, Dante (1265-1321) avverte alla conclusione della Divina Commedia che “l’Amore move il sole e l’altre stelle”. (Par XXXIII, 145)
Nel libro di cui sopra Demofilo Fidani scrive: «Senza timore di sbagliare, posso affermare che Dante è uno dei pochissimi grandi iniziati che abbia a vantare il nostro Paese». Ed ancora: «L’evoluzione del pensiero di Dante si realizza attraverso il suo viaggio nell’oltretomba, condotto dalle sue guide: Virgilio, che gli suggerisce la via della riflessione, Beatrice, quella della rivelazione mistica, San Bernardo, l’estasi spirituale». Nell’opera “Il medium esce dal mistero”, Fidani ci fa sapere d’aver conosciuto e sperimentato le straordinarie doti di Bice Valbonesi (1890-1972).
Fra le conoscenze dell’ultrafana vi fu Gabriele D’Annunzio che l’accolse con entusiasmo al “Vittoriale” ed al quale la “voce” gli dettò: “A Gabriele”.
«Profetico miraggio è ne l’essenza / che ascosa pulsa in profonditade, / scintilla, a fòco, esce di semenza; / ché lo saper ti porta a veritade / di que’ decreti, mossi da giustizia, / in puro cielo di eternitade. / Odi la voce, pregna di mestizia, / che: – Gabriel, sussurra in certe ore, / surgere fuora da la iniquizia. / Annuntio est, inciso è ne lo core: / ardon li petti di desiri vivi: / accogli l’eco di lontano amore». (Da: “D’Annunzio e i fenomeni medianici” – Domenica del Corriere del 24/07/1938).
Nel libro “La Vita” – Ultrafanie – dell’avv. Gino Trespioli (Sonzogno – Milano, 1939) si evince anche la medianità di Dante che a domanda risponde d’essere stato in Francia: «Rivolsi i passi miei in terra galla / prima ch’io fossi da Fiorenza tolto / sì come verme che talora ingialla». L’apostrofe contro Roma della “Divina Commedia” non si è spenta: «Ripeto: guai a voi, o gente prava, / che ancor girate col forzier di Pietro; / andate lesti come il Cristo andava!».

Per il filosofo Lucio Anneo Seneca (4 a.C. – 65):
«La vecchiaia segue la giovinezza, e la morte la vecchiaia. Se uno non vuole morire, non vuole vivere».
Non si ha paura della morte quando si rimane in Cristo:
«Non amate il mondo né ciò che vi è nel mondo. Se uno ama il mondo, in lui non c’è l’amore del Padre. Poiché tutto ciò che vi è nel mondo, la concupiscenza della carne, la concupiscenza degli occhi, lo sfarzo della ricchezza, non è dal Padre ma dal mondo. Il mondo passa e così la sua concupiscenza, ma chi fa la volontà di Dio rimane in eterno». (1Gv, 2:15-17)

Ecco la meditazione (A te che piangi i tuoi morti, ascolta) del gesuita Padre Giacomo Perico (1911-2000) ai piedi del letto di morte del genitore:
«Se mi ami non piangere!
Se tu conoscessi il mistero immenso del cielo dove ora vivo;
se tu potessi vedere e sentire quello che io vedo e sento
in questi orizzonti senza fine
e in questa luce che tutto investe e penetra,
tu non piangeresti se mi ami.
Qui si è ormai assorbiti dall’incanto di Dio,
dalle sue espressioni di infinita bontà
e dai riflessi della sua sconfinata bellezza.
Le cose di un tempo, quanto piccole e fuggevoli
al confronto!».

http://www.approdonews.it/giornale/?p=321557


sabato 10 novembre 2018

Malattia e trapasso di S. Martino di Tours


Malattia e trapasso di San Martino di Tours -
Ecco la storia del Santo in vista dei festeggiamenti nella frazione di Taurianova

Redazione - Il 10 novembre 2018
Sulpicio, oltre alla Vita e ai Dialoghi, ha scritto tre Lettere (Epistulae) fra il 397 e il 398 – che riferiscono nuovi episodi e in particolare la morte e i funerali di Martino. Nella Lettera indirizzata a Bassula descrive l’ultima ora, quella della verità e della luce, di cui il santo vescovo ebbe la premonizione.
Egli avrebbe desiderato concludere serenamente la sua laboriosa esistenza nel monastero, ma un duro compito l’attendeva a Candes.
Pertanto, all’inizio di novembre del 397, accompagnato da una schiera di discepoli si mise in cammino per sedare la diatriba accesa fra i monaci di una parrocchia da lui fondata. Costeggiando la Loira, all’improvviso notò una frotta di svassi (rapaci) che ingoiavano del pesce, “senza mai essere sazi di divorare”.
Paragonandoli ai demoni, alzò la voce e comandò ad essi di lasciare il fiume.
Giunto a Candes, ristabilì la pace tra i fratelli, prima di convocarli per annunciare la sua prossima fine. Visse, così, gli ultimi giorni con una febbre ardente, stremato dalla fatica e dalla penitenza.
Chiese, quindi, di venire disteso al suolo, sopra un letto di cenere e un cilicio, coperto di una ruvida pelle di capra.
Ai discepoli, che tentavano di rendergli meno scomoda la morte, esortò:
«Io, se vi lasciassi un altro esempio, avrei peccato!».
Comunque, Martino dovette subire gli ammonimenti dei fratelli:
«Padre, perché ci abbandoni? A chi ci lasci, tutti soli? Sul tuo gregge, lupi rapaci stanno per scagliarsi, e chi ci scamperà dal loro morso se il pastore è raggiunto per primo?» (Dalle Lettere).
I monaci stessi si diedero una risposta alla domanda: «Sappiamo bene che il tuo unico desiderio è Cristo, ma le tue ricompense sono garantite: non diminuiranno se verranno ritardate. Piuttosto abbi pietà di noi che tu abbandoni!».
Martino, commosso e piangente, pregò ad alta voce:
«Signore, se sono ancora necessario al tuo popolo, non rifiuto il compito: sia fatta la tua volontà».
E ribadì l’invocazione al Signore, concludendo:
«Ma se tu avrai compassione della mia tarda età, è un bene della tua volontà! Quanto a loro, per i quali ho paura, tu li custodirai! …».
E’ l’atteggiamento descritto dall’antica formula: Nec mori timuit, nec vivere recusavit. (Egli non ha paura di morire, ma non ha il rifiuto di vivere).
E si spense con gli occhi aperti e le mani protese in alto.
Ai sacerdoti che, giunti a trovarlo, tentavano di cambiargli posizione per alleggerire il corpo, ebbe la forza di aggiungere:
«Lasciatemi, fratelli, lasciatemi osservare il cielo più che la terra, per mettere sin da ora la mia anima rivolta verso il cammino che il Signore mi ha preparato».
Nell’ora estrema, per l’ultima volta, al diavolo che si presentò al capezzale si sforzò a redarguire: «Perché sei qui, bestia sanguinaria? Non troverai nulla in me che ti appartiene, maledetto!»
Gli astanti ascoltavano sbigottiti, senza veder nulla e Martino, abbassando la voce sospirò: «E’ il grembo di Adamo che sta per ricevermi».
Nel pronunciare queste parole, rese la candida anima a Dio, mentre il suo volto appariva trasfigurato e splendente in modo soprannaturale.
Era la domenica 8 novembre del 397.
[…] La notizia della morte di Martino si propagò dovunque. Dai diversi punti del territorio accorse una gran folla attorno al presbitero di Candes.
Gli abitanti di Tours e quelli di Poitiers si contendevano la salma.
Come riporta nel VI secolo lo storico Gregorio di Tours, sopraggiunta la notte, furono chiuse a chiave le porte della camera in cui riposava Martino, guardata a vista dai due partiti. Ma nell’ora tarda, approfittando della circostanza che i rivali si assopivano uno dopo l’altro, quelli di Tours diedero il segnale ai compatrioti che vigilavano al di fuori e, senza strepito, calarono dalla finestra il corpo del loro vescovo. Quindi lo deposero sopra un battello che, dalle acque della Vienne, passava nel letto della Loira. Furono intese, allora, alcune voci intonare un cantico, alle quali risposero altre migliaia dal fiume e dalle sponde.
Quell’armonia svegliò i cittadini di Poitiers che credettero di sognare nell’ammirare anche la Loira illuminata dalla luce di innumerevoli ceri che si rifletteva nelle acque.
Pertanto, decisero di fare ritorno alle loro case.
Il beato fu ricondotto a Tours per un funerale degno dell’amore che i popoli gli tributavano. Si dice che, al gran numero di fedeli, si aggiungessero le vergini in lacrime e quasi duemila monaci accorsi da ogni parte. Lo storico, più che di un funerale, parla di un vero trionfo. […]
Istituita la festa per l’11 novembre anniversario dei funerali, per i Francesi a buon diritto il culto divenne nazionale.
(Estratto dal libro di Domenico Caruso: Martino di Tours – Il Santo della Carità – Centro Studi “S. Martino” – S Martino (RC) – Novembre 2007.
http://www.approdonews.it/giornale/?p=321331

lunedì 1 ottobre 2018

Incontro con l'autore Domenico Caruso

Reggio Calabria

San Martino di Taurianova, incontro con l'autore.
Nella neo nata "Casa della partecipazione", la prima iniziativa con Domenico Caruso.

Redazione il 1 ottobre 2018

Un’importante iniziativa delle Associazioni Culturali “L’Abbadia” e “Il Castello” si è svolta il 29 settembre c. a. presso la “Casa della Partecipazione” di S. Martino di Taurianova.
Il primo “incontro con l’autore” ha suscitato l’interesse dei partecipanti che hanno voluto ringraziare Domenico Caruso per l’opera svolta in campo letterario.
L’occasione ha preso lo spunto dalla consegna di alcune pubblicazioni personali che lo scrittore ha devoluto per la costituenda biblioteca del paese.
Nella presentazione Caruso ha affermato che «La lettura, oltre a favorire l’educazione, ha una funzione terapeutica.
Il filosofo romano Seneca (4 a.C.) sosteneva che la stessa “è necessaria in quanto alimenta e ristora il cervello”.
Le pagine degli scrittori suscitano emozioni, immagini, ricordi».
L’istituzione di un Centro di Cultura è stato un sogno dell’autore che, finalmente, vede realizzato in pieno dalle suddette Associazioni.
Negli anni 80 l’autore, per la prima volta a S. Martino, diede vita ad un “Centro Studi”.
Le tradizioni e il patrimonio linguistico degli avi hanno finalmente ottenuto il riconoscimento degli Enti locali.
In un incontro-dibattito del dicembre 1983 (come allora pubblicato anche dalla “Gazzetta del Sud”) Caruso sostenne che “una delle condizioni essenziali per superare preconcetti che denotano arretratezza è quella di saper creare momenti di convivenza civile e culturale”.
Dal “Centro Studi” all’Abbadia sono trascorsi quasi 40 anni, ma si è fieri d’aver compiuto un passo indispensabile al decollo civile dell’ambiente.
La dott. Annamaria Fazzari sul social media Facebook si è così espressa:
«Grazie, prof. Caruso, per aver fatto dono all’Associazione Abbadia di una nutrita selezione di sue pubblicazioni. Conserveremo questi scritti con gioia, gratitudine ed orgoglio e li condivideremo con l’intera comunità e con quanti vorranno approfondire gli aspetti storici e culturali di questa Terra».

http://www.approdonews.it/giornale/?p=316762